martedì 28 settembre 2010

Ordinarie cronache - Simone Bernardini

“Andrea, passami il sale”.
Il bimbo, con gli occhi ancora gonfi e l’espressione imbronciata per la risposta appena ricevuta, allungò la sua manina rosa e paffuta verso la saliera. Si divertiva ad immaginarla come un bianco soldatino impettito, ordinatamente allineato proprio nel centro del grande girasole disegnato sulla tovaglia.
“Lo so che domani è il tuo compleanno – proseguì con voce dolce Alessandro, suo padre – e che vuoi un regalo, un regalo bellissimo. La mamma non ti ha detto che non l’avrai, anzi. Ti ha solo detto che, se vuoi il tuo regalo – il tono della voce di Alessandro assunse un registro diverso, di un’ottava più alto – non puoi più fare le bizze come oggi, capito?. Ormai sei un bimbo adulto, devi darti da fare anche tu ed aiutarci quando ti chiediamo qualcosa”.
Il viso tondo di Andrea non accennava a cambiare espressione. I piccoli occhi chiari del bimbo, però, lasciavano trasparire i primi bagliori della pace con i suoi genitori, che presto sarebbe scoppiata. Viola, esperta nel decifrare le espressioni del suo bambino, colse al volo l’opportunità per penetrare nella breccia che si stava lentamente aprendo.
“Amore, sai che ti vogliamo bene. Quando fai così ci fai soffrire. Non voglio vederti piangere”.
“Si mamma, ma io…”
“Facciamo così: sbrigati a finire il pollo che hai nel piatto, così dopo puoi prendere anche il dolce”.
“Davvero?” Il viso del bimbo si aprì in un sorriso radioso.
“E stasera riceverai il primo regalo: potrai stare alzato con mamma e papà a vedere la televisione. Vuoi?”
“Si”. Il bambino proruppe in un grido entusiasta, le mani levate al cielo in segno di vittoria e le lacrime di poco prima dimenticate, asciutte al sole dell’entusiasmo. Sbranò il resto del pollo che aveva davanti, e fiero mostrò il piatto vuoto alla mamma.
“Posso prendere il dolce?”
“Si amore”.
“Due fette”
“Una. Non esagerare, ti verrà da vomitare”.
Finita la generosa porzione di torta al cioccolato, Andrea si sentiva decisamente meglio. Lo sgomento di poco prima era solo un pallido ricordo. L’eccitazione e la gioia per la giornata che stava per venire lo scuotevano tutto, fino angli angoli più segreti del suo piccolo corpicino lilla.
E, quasi non ci credeva, nonostante l’ora tarda ed i barbagianni che già cantavano la ninnananna alla luna, era seduto al suo posto preferito, in mezzo a mamma e papà, a vedere la tv. Il programma che c’era in televisione era un po’ noioso, con una signora dai capelli chiari che parlava a degli uomini che, da quanto riusciva a capire, erano rinchiusi dentro una casa in un altro posto, e ricevevano dei soldi per starci, e si lamentavano perché non volevano essere lì. Chissà chi ce li aveva rinchiusi. Peccato non poter cambiare canale. Però andava bene lo stesso. Era tardi, era ancora alzato, era in mezzo ai suoi genitori, e domani sarebbe stato il suo compleanno. Chissà quale sarebbe stato il regalo. Sperava che i suoi genitori avessero capito. Gliel’aveva detto un milione di volte, in tutti i modi possibili, fino ad esasperarli. Aveva pianto ed urlato, implorato, litigato con loro, proprio come oggi pomeriggio. Voleva la maglietta di quel calciatore brasiliano. Quella maglietta bella, lucida, a strisce rosse e nere, col numero e il nome del suo idolo stampati dietro con lettere dorate. Quella maglietta che, una volta indossata, l’avrebbe reso fortissimo, ed i suoi amici non avrebbero potuto più prenderlo in giro. Gliel’avrebbe fatta vedere lui. Era sicuro. Avrebbe fatto vedere loro quanto valeva. Desiderava tantissimo quella maglietta. E, forse, domani sarebbe stata sua. Ma adesso c’era il dolce tepore del petto di sua mamma, sul quale aveva poggiato la testa. E le carezze di suo padre, il morbido tocco sulle smunte gambette poggiate in grembo a papà. E la dolce sensazione del lasciarsi andare, dello spegnersi lentamente, dello svanire, fino ad annullarsi dentro quel calore.
Donna Nilde si alzava sempre di buon mattino, quando i primi raggi le accarezzavano le pupille, sussurandole che un nuovo giorno era venuto e lei doveva andare ad accoglierlo, da buona cerimoniera. Allora Nilde buttava i piedi giù dal letto, sempre il destro per primo, e si toglieva la cuffietta a fiori, regalo del suo defunto marito. Era vedova da ormai vent’anni, e la solitudine non le pesava più di tanto. Sapeva come affrontarla. Non aveva trovato altri uomini, né forse voleva trovarne. Di amiche vere ne aveva poche, che considerava come sorelle. Conosceva tuttavia molte persone. Non è che non le piacesse la gente, ma neppure che l’amasse troppo. Lei era una donna pia, timorata di Dio, che trascorreva gran parte del suo tempo lavorando piccoli oggetti che vendeva al mercatino rionale. Il misero incasso veniva poi destinato ai poveri della parrocchia. Amava molto leggere, e spesso lo faceva sul piccolo balcone di casa sua, con la radio accesa. Le piaceva quella posizione. Ogni tanto interrompeva la lettura e spostava di poco lo sguardo verso la piccola piazzetta che c’era dirimpetto alla casa. Era gradevole avere sottocchio tutto ciò che accadeva dall’altro lato della strada. Nilde osservava e registrava, con il suo occhio attento e la sua memoria ferrea. Poteva menzionare i passanti, uno ad uno. C’era la signora grassa con i riccioli, che ogni mattina alle otto in punto portava a scuola il nipote. C’era il venditore di dolciumi, col piccolo banchetto colorato e la macchina del popcorn. C’era la coppia di vecchietti che ogni sera passeggiavano mano nella mano. Vecchietti, si. Avranno avuto almeno dieci anni più di lei, questo era sicuro. C’era l’idraulico, col suo camioncino bianco. Chissà se erano vere le storie sugli idraulici. Il suo non le aveva mai fatto avancès. L’umanità più colorata si affacciava sotto il suo balcone, affaticandosi nei ritmi del vivere moderno. Sbuffavano, correvano, parlavano, discutevano, si amavano e si odiavano, ridevano e ridevano. E lavoravano. Non proprio tutti. C’era una famiglia che non rispettava quelle regole non scritte che si usano per vivere nella società moderna.
Madre, padre e figlio. Una famiglia di barboni.
Ieri sera erano andati a cena alla mensa popolare, nel palazzo in fondo alla piazza. Nilde li aveva visti staccando per un attimo gli occhi dal romanzo che stava leggendo, una storia della Allende. Circa un’ora dopo erano usciti e si erano seduti sulla panchina, di fronte al negozio di elettrodomestici. Gli adulti ai lati ed il bambino in mezzo a loro. Sembrava eccitato il bimbo. Si muoveva, si alzava, si sedeva e tornava di scatto in piedi. Alla fine si era sdraiato tra i suoi genitori finché, un paio d’ore dopo, non si era addormentato. Nilde, interrompendo di nuovo la lettura, aveva avuto occasione di notare come i genitori avessero adagiato il bimbo sul grande cartone familiare su cui dormivano. L’avevano sdraiato in mezzo a loro.
Dormivano in terra, come bestie.
Questa mattina, alle otto, padre, madre e figlio erano già a chiedere l’elemosina lungo la via. Dovevano essere riusciti a convincere il bimbo a dar loro una mano. Ieri si era rifiutato, facendo rumorose bizze che quasi le avevano impedito di leggere. Chissà cosa gli avevano fatto per convincerlo. Sicuramente l’avevano picchiato. Era un’indecenza che due genitori simili potessero tenere un bambino così piccolo in mezzo ad una strada, negandogli perfino le più banali cure. Avevano un bel dire tutti quei distinti signorotti delle associazioni di carità, impegnati nel sociale solo per fare sfoggio di loro stessi.
“La colpa è dello Stato – le aveva detto una volta un uomo che distribuiva dei cenci ai senzatetto - che non assicura a tutti di poter vivere una vita dignitosa. La colpa è di chi governa – aveva rincarato - che non è interessato minimamente alla vita di queste persone”.
“ La colpa è di chi si trova in queste situazioni – aveva risposto lei stizzita – che sceglie di non voler fare niente della sua vita. Se avessero voglia di lavorare non sarebbero così malmessi”.
“Ma signora, mi scusi, pensa veramente che chi non ha da mangiare e dorme all’addiaccio non sia vittima delle circostanze? Crede veramente che il problema sia solo di volontà? Pensa che queste persone siano felici della loro vita? ”
“Di certo non gliel’ho detto io di finire così”.
Era ancora di quest’idea, e le parole dell’uomo in difesa dei barboni non avevano fatto altro che confermare i suoi pensieri. Ognuno sceglieva il suo percorso. Chi conduceva una vita da barbone se l’era cercata. Gente che non aveva voglia di far niente, se non di ubriacarsi e di vivere alle spalle di qualcun altro.
Nilde si affacciò di nuovo al balcone, per innaffiare il piccolo gelsomino che ornava l’aria col suo profumo pungente. Al di là della strada, nella piazzetta, una scena talmente assurda da sembrare irreale, quasi grottesca. Il padre di quella famiglia di barboni era al banchetto in fondo alla piazza, e stava comprando una maglietta. Una di quelle appese fuori, delle squadre di calcio. Incredibile. Quelli non avevano soldi né per dar da mangiare a loro figlio né per mandarlo a scuola. Non avevano soldi per vestirlo o per farlo dormire in un posto riparato. Non avevano niente. E gli unici quattrini che erano riusciti chissà come a racimolare li buttavano via così? La donna non ci vide più, era l’ora di dire basta. Sarebbe andata alla polizia, a denunciare quei genitori. Maltrattamento di minore. Basta. Non c’era altro da fare. Ma com’era possibile? Era un’offesa ad ogni diritto umano. Quel bambino non poteva crescere così. Chissà a cosa l’avrebbero costretto.
Si infilò velocemente un cappottino, e scese le scale speditamente. Aprì il portone di casa, e si diresse verso la strada. Ma tutto d’un tratto la terra sparì sotto i suoi piedi, ed il mondo prese a girarle intorno. Cadde rovinosamente a terra. Mio Dio, aiuto. La gente le passava accanto, ignorandola. Ognuno era troppo preso dai propri pensieri. Non la vedevano. O non volevano vederla. Aiuto, vi prego. Le parole, pesanti, non riuscivano ad uscire dalla bocca. Era troppo debole. Qualcuno, qualcuno mi aiuti. Vi supplico. Niente. Era lì, per terra, con un’intera umanità intorno che fingeva di non accorgersene. Gli occhi, pian piano, le si chiudevano. Il ronzio nelle orecchie si faceva sempre più forte. L’ultimo ricordo, prima di svenire, furono le voci concitate di un uomo e di una donna che si avvicinavano sempre più. E la mano di un bambino. Un bambino inguainato in una maglietta a strisce. Rosse e nere. Bastardi. Le avrebbero rubato la catenina che portava al collo. Ne era sicura. La catenina che le aveva regalato suo marito il giorno dopo che si erano conosciuti. Quella catenina che portava al collo da una vita. La mano si avvicinava sempre più al suo collo. Gli occhi le si velarono. E le lacrime caddero copiose quando con un rapido scarto la manina, dolcemente, prese a carezzarle la fronte.

Light my fire - Michele Lancione

Intro
Nella fabbrica.
Buio e controluce. Fasci qua e là, polvere. E ancora buio.
Le ombre passano e te ne accorgi quando ormai sono fuori dal tuo campo visivo.
Un paio di grandi stanzoni. Altra polvere, ancora. E poi le stanze dei vecchi uffici, dove inizi a vedere materassi. Quelli vecchi, che non usa più nessuno, buttati per terra, storti, senza ragione. Vai avanti, e ti si aprono d’improvviso altri piccoli mondi. Camerette con la finestra aperta sul cielo, il cemento armato scrostato, e materassi due qui, uno più in là, con delle coperte su. A quadrettoni.
Una piastra collegata non si sa dove. Degli scacchi, una radio a pile. Non ci sono scarpe, non ci sono vestiti. Assi di legno per terra. Tubi di plastica nera e misture. Qualche sacco, borse e zaini da spalla, e nella stanza dopo ancora materassi, e coperte, e polvere ancora, intorno e dentro alle cose.
Le mura alte della fabbrica che fu, i giacigli scassati del mondo in cui siamo. E tutto inizia a girare.
Ed è quello, solo quello, quando le ombre sembrano aumentare, il momento in cui sai di dover uscire. A farti prendere a schiaffi dal sole che sta lì, pronto a farti rendere conto di dove sei finito. Sulla soglia. La casa di molti.
La città, casa di tanti.

Light my fire
Il problema qui non è dormire. La questione è un’altra: addormentarsi è il problema. Ma è la stessa
cosa, direte voi, voi che ascoltate, voi che vi fate passare le parole tra le orecchie come bracialetti, colorati pallini, tra le dita. Ma addormentarsi e dormire sono due cose sostanzialmente diverse. La prima fa parte delle azioni compiute: compi l’azione, hai dato il meglio di te, e niente può cambiare il risultato. Dormi, e hai dato. Addormentarsi è invece una sfida continua, è il divenire, è schiena che reclama solitudine dall’umidità. È spalla con la pelle che viene via a sfregare contro la giacca di cotone, spesso, duro. Sono le cuciture tra un nervo e l’altro: addormentarsi è l’azione che si ripete, continua, senza raggiungere un suo fine, un suo rilascio morfinico. Addormentarsi, non dormire, è il problema. In particolare, quaggiù. Quaggiù dove l’umido degli angoli bui è lo stesso incatramato negli angoli piegati, come un foglio bisunto e scucito, del tuo materasso buttato per terra. Dove la coperta e il lenzuolo sono il vestito che ti porti appresso tutto il giorno. Dove c’è Hassam, che russa come un cammello a due passi da te e dove Maurizio sta dirigendo, a scoregge, sinfonie etiliche degne di Goldberg – un tanfo di viscero pizza e bruciato, stomaco gatto e benzene, piscio di vinello e ascella di cane. Che punge nelle narici. Da cui non ti puoi separare. Le mura sono alte, le finestre aperte, perché rotte, divaricate scostate, e tu puoi girarti e girarti ancora; lamentarti, sbuffare; chiudere gli occhi o aprirli a ripetizione – ma niente: addormentarti è il codino del calcio inculo della giostra dei zigani, quella dello zucchero filato e dei popcorn, che tendi la mano, la tendi ti stiri, ma non sei mai riuscito ad afferrarlo, da bambino. È un provare continuo. Con i piedi tagliati, bagnati e dolenti – che le scarpe non si tolgono, mai. Le mutande che prudono. E il corpo, quello vero, quello che senti solo quando sei solo, che è freddo: nel midollo, tra i suoi nervi, i fasci, le vene… che quando arriva alla pelle ha già fatto tutti i chilometri che deve fare, il freddo. E ti ha svuotato, spolpato. Lasciato lì, a mollo, ammasso di latte di carne e di fame, in una fabbrica abbandonata come un macigno nella città post-industriale.
Ma addormentarsi, certo, non è la questione principale. Fa male, su per la schiena, ma non è tutto.
C’è un’altra, un’altra questione che arriva nel momento in cui il codino non l’hai preso, quando lo zigano ti fa il dito, quando non ti sei addormentato. La questione è semplice, limpida e pure scintillante. Che fare? Scanditelo bene. Passatevelo tra il labbro inferiore, gli incisivi centrali superiori, e con la lingua carezzatelo un poco: Che – fare? Addormentarsi non ci si addormenta. Bere, non si beve (non per altro: non ce n’è). Fa freddo e allo stesso tempo c’è il caldo vapore del puzzo di piscio di fabbrica che ti culla, piano, vomitino. Che – fare? Scostare la coperta. È un’ottima prima azione. Muovere leggermente le gambe, immobili, paralizzate. Dirgli che si devono alzare, dirglielo ora, così tra un paio di minuti avranno recepito e si saranno messe in moto. E nel frattempo, pensare. Passarsi una mano sul viso. Constatare che è una mappa altrui, ma senza alcuna sorpresa. Mettersi una mano in tasca, un autoriflesso, come un illuso. E rimanere – a volte capita, è raro ma accade – sorpresi. La mano, incredibile ma vero, ha trovato qualcosa. Il primo dito l’ha sfiorata, non ci ha creduto per un cazzo, c’è stato un attimo di vuoto-tensione ma poi le altre dita, come rete sui pesci, abbraccio improvviso, esultanza allo stadio, ci si sono fiondate su. La mano ha trovato… una sigaretta: là, nell’angolo incavo delle giacca marrone color merda e grigiume, una sigaretta sola soletta, stropicciata e impaurita. Una sigaretta utile, fantastica, speciale.
Una sigaretta per rispondere al nostro secondo dilemma principale. Che – fare? Alzarsi, uscire dalla fabbrica, portarsi la polvere in giro, camminare come uno zombie fino al mattino e… fumare. Fumare. C’avete mai pensato al suono della parola fumare? Sa di libero. Di porto, di sguardo sul mare, di occhio chiuso fino al limitare del prossimo sogno da compiere. Altro che cancro ai polmoni. Fumare. È la migliore apologia della morte che questa vita qui, ora, questa notte, ci possa regalare.
E usciamo in strada allora. Lasciamoci la fabbrica e il suo umido nero alle spalle, aggiustiamoci la giacca rabbrividendo ed eccoci, siamo già sul marciapiede. Blu alto nel cielo oltre i palazzi, due luci di lampioni soffuse e un silenzio immorale. Portiamo la sigaretta alle labbra – il primo contatto è stupendo, è ancora chiusa, giovane e fresca: la lingua la bagna, lei sa di liquirizia – e iniziamo a camminare. Dove si va? In strada, ma con una meta. Piedi piegati o male allo stomaco, testa che sbatte o schiena che vibra, non importa: in strada non si va mai a caso. L’ora, non la si può sapere.
Saranno le tre, le cinque. È più mattina che notte, lo si sente dall’aria, che è più gasata che piana. Il
primo passo è quindi quello verso la colazione. Iniziamo a camminare verso via Nizza, dove le suore ci danno il latte che fa cagare, e per noi questo è un complimento fatto alle suore, perché senza quel latte io non potrei cagare, tu non potresti cagare, lei, così dolce, non potrebbe cagare: quindi grazie alle mucche al latte e alle suore. Comunque, la cosa importante non sono le suore o il
panettone ad Agosto, ma il fatto centrale è che ci saranno quaranta minuti a piedi da fare, e quindi
abbiamo tutto il tempo per… fumare. Ci fermiamo un secondo, per assaporare il momento dell’accensione. La aggiustiamo sul labbro, prendendola per il bacino, spostandola mentre ci guarda lì, sdraiata, pronta, con le gambe aperte e un sorriso a metà… e mettiamo una mano in tasca per cercare l’accendino. Una pausa. Lei sorride piano. In un'altra tasca, nei pantaloni. Lei ci guarda di sbieco, sorride meno. Rapidi: si cerca nel risvolto, in una tasca ancora. Lei ha paura, scosta i capelli, e si copre il seno. Nella camicia strappata, nel polsino: ma niente. Lei è fredda, e pure incazzata – improvvisamente sfuma dal letto, se ne va, esce dalla stanza. La porta scompare, e si porta via pure il lenzuolo. Rimaniamo solo noi… noi in mezzo alla strada, di notte, con una sigaretta in mano, un’ottima speranza, un ottimo amore: ma senza accendino.
Vivere in strada ti porta a conoscere la città in ogni angolo suo. Conosci i marciapiede, il cerume degli angoli spenti, i sanpietrini e le luci dei lampioni. Una diversa dall’altra. Cammini, di notte, e senti solo i tagli nei piedi e il pus. I bidoni verdi aperti e il loro tanfo, che è una digestione continua di pance altrui. Di benessere altrui. Conosci le panchine, le fontane, i discount dove nel bancale più
basso c’è sempre Vinello: confezione verde, scritta gialla e la dicitura vino bianco da pasto. E tu sai che il pasto è irrilevante, in fondo. Sai dove sono le puttane, gli spacciatori. Sai dove rivendere un cellulare rubato, dove sbloccare una sim. Dove piazzare le giacche prese allo spaccio dei vestiti.
Dove nascondere la tua sacca, nel piano rialzato della stazione. Della città conosci le stelle che vedi tra le aperture dei palazzi, i suoi bus scassati e la pioggia che ha sempre lo stesso sapore. Un saporedi viola immatura. Ma una sigaretta, senza accendino. Una sigaretta spostata dal labbro e riposta nell’incavo in cui l’avevi trovata, non ha soluzione. La città ti porta a fare… a fare di tutto. Puoi rollare tabacco nella carta da giornale. Puoi fumare l’erba secca del parco pisciato. Puoi dire ciao a un bambino e mandarlo affanculo. Ma una sigaretta, senza accendino. No: questo no. Questo, no.
Non ora e non qui. I tuoi polmoni già aperti, lo sguardo già pieno. Oltre le finestre, oltre le tegole, le
parabole e il destino. Ma senza accendino… La città questa notte rimane solo un cimitero in cui camminare piano prendendo per invidia la tomba del tuo vicino.

Outro
Fuori dalla mensa. Con la schiena appoggiata contro il muro. Il tuo nome segnato sulla lista, Ruben
e un altro marocchino che si scambiano occhiate per un favore non dato. La giacca sudata. Il culo
sul marmo nero del marciapiede. Saranno le quattro, le sei. È più mattino che notte, lo sai dall’aria
che è più gas, ancora più gas di quello che è. E aspetti. Sempre e solo aspettare. Che – fare? Abbiamo tutti una mano che scivola dentro la tasca, un giorno tutti l’abbiamo. Tocchiamo una sigaretta pronta fatta e finita, a un passo da noi. La tocchiamo e la sentiamo scivolare via lentamente, come la coda di gente che entra come un automa per prendere il latte e cagare. La sentiamo, sfiorandole i capelli, ma non possiamo permettercela. Noi non possiamo fumare. Se io, qui, oggi, potessi accendervi tutti con un lampo e uno sbuffo, inspirerei le strade, le macchine, la gente, i sorrisi e l’elettricità. Inspirerei tutto, la polvere e il resto. E quando, con le labbra a soffietto,
lascerei il fumo oltre di me… io, credetemi, so che ogni cosa tornerebbe al suo posto. Ma la sigaretta è in tasca. La sigaretta è andata. Oggi per noi è solo un altro giorno, un altro giorno che aspetta di trovare una pietra focaia sfacciata, libera. Una pietra scintillante, che in fondo ci è dovuta.

La corsa di Isolina - Melania Ceccarelli

Era solo uno scheletro in un campo, ai margini dell’autostrada.
Era solo uno scheletro e per questo faceva paura.
Gli esperti dei carabinieri capirono subito che era una donna, giovane. Il maggiore Giacomo Morabito era arrivato in seguito alla chiamata di un agricoltore che aveva deciso, quel giorno, di andare a lavorare un po’ di terra non sua, una striscia lungo lo svincolo dell’autostrada che stava lì, senza che nessuno se ne interessasse.
Il maggiore si era chinato su quelle ossa e, nonostante l’abitudine ai cadaveri, aveva avuto un breve moto di schifo. Era esperto nell’esaminare gente morta da un bel po’ e ultimamente aveva fatto ulteriore pratica perché c’era in giro un qualche pazzo che aveva iniziato ad ammazzare ragazze giovani, prostitute. Gli omicidi di quel genere non erano frequenti ma a Pisa, dall’ inizio dell’anno, era la terza ragazza trovata in un campo. Si abbassò sulle ginocchia per osservare da vicino quel cadavere. Doveva essere stata piccola, faceva quasi tenerezza, una ciocca di capelli rossi ancora appiccicata alla testa.

“Isolina corri, dai cazzo!”, veloce: ti prende la pula. “Isolina salta!”, alla svelta, prendi il borsone blu, quello con le tue cose dentro e salta, e poi corri, veloce, tra le rotaie, saltando le traversine, scivolando sotto la pancia dei merci, per non farti prendere dalla Polfer.
Isolina corre male, è giovane, sì, ma zoppa. La prendono quasi sempre. C’è Abdul davanti a lei, lui sì che corre alla svelta. Non lo beccano mai. Si gira, le prende il borsone e le dà appuntamento al solito posto, quella sera stessa. Lei dovrà cercare però di non farsi prendere.
Oggi c’è quella donna di turno. E’ di Napoli, come lei. Ha i capelli lunghi, mossi, rossi, come lei, legati stretti sotto il cappello da poliziotta. La vede da lontano e le corre dietro, sempre più veloce. Cazzo, ma che fa sul serio ‘sta pulotta? Vai in palestra eh, brutta puttana, ti tieni in forma. Ora sono solo loro due, dietro un merci lunghissimo, Isolina sente di non averne più, si gira. La poliziotta napoletana la guarda e con la mano le fa un cenno, come dire: tela, dai, testa di cazzo corri e poi rallenta un po’, poco, quello che basta perché Isolina riesca a buttarsi di là dalla staccionata grigia e scomparire dalla sua vista.

Buio pesto nel vagone, sono in dieci, lei è l’ unica donna. E’ la prima sera che dorme alla stazione. E’ scappata dalla Comunità quella mattina. Sarà la decima volta che scappa, non perché in Comunità ci stia male solo perché ci sta troppo stretta.
Ci ha provato, seriamente. Si è disintossicata, almeno quattro o cinque volte, non ricorda. Non è quella la cosa difficile. Difficile è dopo, quando con il suo italo - napoletano pieno di errori, le sue gambe disuguali, la vergogna a parlare con chiunque, deve “reinserirsi”. Reinserirsi nel gergo della comunità significa tutte cose difficili: trovare un lavoro e poi una casa, quelli sono i due fondamentali. E certo, a parole sembra facile, reinserirsi, ma è difficilissimo per chi, come lei, inserita non lo è stata mai.
Nove uomini e una ragazza di ventitré anni a dormire dentro quel vagone, il più lontano dalla Stazione. Non ci aveva pensato Isolina, che poteva capitarle una cosa del genere. Chissà che pensava nella sua testa ingenua, nella sua testa dura. La prima sera la violentano in due, forse gli altri sono troppo vecchi o troppo ubriachi, non lo sa perché non li vede.
Al sorgere del sole che filtra dalle fessure della porta del vagone si butta a terra e lentamente arriva al bagno della stazione, entra e si lava, guardandosi allo specchio. Quella immagine che vede, vagamente rosa e rossa, che dovrebbe essere lei, scompare lentamente, lascia il posto al niente, all’aria, alla trasparenza fredda dell’aria di quella mattina d’ inverno. Isolina non c’è più.

Quella sera stessa torna alla stazione, al vagone. E’ Novembre, fa freddo, non vuole morire congelata, e poi non sa dove altro andare. Entra e dentro sono in dodici, undici uomini e lei. C’è anche Abdul, un ragazzo marocchino, giovane, sieropositivo, con cui ha diviso qualche pera in passato. Le sorride, lei ricambia e si sdraia accanto a lui. Lo bacia. Lo bagna di lacrime e gli dice, mi vuoi? Per te, solo per te? Lui non crede alla sua fortuna e quella prima notte fa a botte per lei. Da allora nessuno la disturba più.

E’ la prima volta dopo anni che si mette una gonna. Lunga quasi fino ai piedi, nera, con le scarpe da ginnastica rosse. Alla festa del commercio equo in Piazza delle Vettovaglie è andata con quella volontaria della Caritas, che aveva conosciuto in Comunità. Non è male quella ragazza, solo, a volte, non capisce cosa dice: parla troppo difficile. E vuole fare la simpatica. Tra le due cose Isolina non sa cos’è peggio ma si adatta anche a uscire con la volontaria della Caritas perché è tanto che non va in un posto qualunque, con gente normale, con i bimbi che giocano, le bancarelle, un palco per la musica.
Sedute a un lungo tavolo di legno, mangiando un cous cous equosolidale nessuno la guarda, nessuno fa caso a lei. E’ solo una come le altre, una ragazza giovane che mangia con una amica, e scambia quattro chiacchiere con lei.
Non è Isolina la zoppa, Isolina la tossica, Isolina la napoletana, Isolina la rossa.
E’ lei, solo lei.

“Ciao Isolì, dove te ne vai?”
“A scuola, oggi interrogano.”
“Ah già…tu vai ancora a scuola.”
“Sì, perché, c’è qualcosa che non va?”
“No, no. Hai tredici anni, mai fatto forca? Non ci credo.”
“No Francè, mai. Mi sono persa qualcosa? Che fate voi quando fate forca?”
“Ce ne iamo sulla spiaggia. Dietro le barche e ci divertiamo.”
“E come?”
“Come, come…se vieni, lo vedi. Ma che? vuò davvero continuare ad andare a scuola?”
“No no, vengo anch’io dietro le barche. Avevo visto che facevi forca ma a me non mi avete mai invitata.”
“Sì, vero. Chissà perché, forse perché sei un po’ strana”
“Strana? Io? E perché?”
“Boh! Non so, forse per come cammini, forse per i capelli.”
“Che c’entra come cammino? Cammino: non ti preoccupare. Andiamo.”

“Piccola a mammà, vieni, ti prendo in braccio, scendiamo le scale.”
“Mamma so scendere le scale da sola.”
“Ti aiuto, potresti inciampare.”
“Mamma, ti prego, anche se sono zoppa so scendere le scale da sola e non casco.”
“Mannaggia a mè, che ti ho fatto così.”
“Non importa mamma, non piangere.”

Ghiaccio e sabbia - Leo Todaro

Guarda che qua non si può stare! – gridò il ragazzo nel silenzio del fastfood.
Chicco ebbe paura. Si voltò lentamente, lo guardò di sottecchi. Doveva essere nuovo. La sua voce tradiva incertezza. Chicco pensò che avrà avuto vent'anni, grosso modo l'età di suo figlio Franz. Franz.Chissà quant'era cresciuto, se era ancora biondo e magrolino.
Un paio di volte alla settimana Chicco faceva un'incursione notturna al fastfood in Piazza Repubblica. A quell'ora infatti gli impiegati più esperti erano a casa a guardare la tele e chi li sostituiva era spesso incline a chiudere un occhio.
– Hai fame? Prendi questo, basta che te ne vai – aggiunse il ragazzo. Gli porse una scatola con dentro un hamburger appena smozzicato.
Chicco prese la scatola e la posò sul tavolo più vicino. Come se niente fosse riprese ad armeggiare coi vassoi lasciati sui tavoli, li svuotava per poi impilarli sul carrello. Se gli avessero dato l'uniforme, si sarebbe quasi detto lavorasse lì.
– Lo capisci l'italiano? Te ne devi andare – incalzò il ragazzo.
– Prima fammi finire di lavorare.
– Lavorare? – trasecolò il ragazzo.
– Vi do una mano, ne avete bisogno mi sembra. – A Chicco infatti non piaceva mendicare, la pagnotta gli piaceva guadagnarsela dando una mano, un po' qua e un po' là.
– No bello, tu te ne vai subito, sennò chiamo la Polizia.
Chicco scosse la testa, come chi non capisce, poi si voltò lentamente e fece per andarsene.
Il ragazzo prese la scatola con l'hamburger smozzicato.
– Aspetta, tieni.
Chicco lo guardò perplesso, poi prese la scatola. Spingendo il passeggino sbilenco e carico di sacchetti si incamminò verso l'uscita.
Si fermò a due metri dalla soglia, si guardò intorno come se non avesse mai messo piede là dentro. Individuato un cestino, un enorme ranocchio panciuto, vi gettò la scatola con l'hamburger.

*
Colin l'irlandese era la cosa più somigliante a un'amico che avesse. Il suo italiano lasciava a desiderare e parlava poco, ma all’occorrenza si faceva capire. Lo aveva incontrato una notte di aprile, sotto un ponte del Lungotevere. Lungo e arancione come una carota, gli aveva fatto cenno di avvicinarsi, di sedersi. Gli aveva offerto da fumare. Era un tipo generoso. Gli aveva raccontato di un deposito sulla Casilina, dove la sera tardi pulivano i treni. L'addetto alle pulizie di solito saliva a un'estremità e scendeva un'oretta dopo da quella opposta. Si trattava di acquattarsi nel mezzo e attendere il momento propizio per saltare dentro. Chicco ci era andato con Colin un paio di volte, ci era tornato da solo e ci aveva dormito nei mesi più freddi, poi per fortuna era tornata la primavera e aveva ripreso possesso della sua panchina preferita in Piazza Trilussa. Ma stasera non era cosa. Da un paio di giorni la temperatura era scesa bruscamente e Chicco aveva deciso di farsi quegli otto o nove chilometri a piedi, piano piano, nella speranza di potersi fare qualche ora di sonno cristiano. Si ricordò che doveva passare dal Sor Guerino, il ciabattino della via Portuense che gli aveva promesso un cappotto. Camminava a fatica, aveva voglia di togliersi le scarpe per dare sollievo ai suoi poveri piedi, gonfi come scamorze. Avanzava lentamente tra due fila di cipressi, fiancheggiando l'alto muro di cinta del cimitero di guerra. Sorrise al pensiero che quelle mura imponenti servissero più a proteggere i morti dai vivi che viceversa. Vide una panchina vuota, incorniciata tra due alberi, un prato all'inglese a fare da tappeto. Decise di fare una sosta. Si lasciò cadere sul ferro battuto della panchina. Si sfilò una scarpa, poi l'altra, le depose sotto di sé in modo da poterle serrare coi talloni. Erano belle, da ginnastica, infinitamente più comode di quelle che aveva prima, di pelle, troppo strette nonostante gli avesse tolto i lacci.
A un tratto gli venne incontro trottando una macchia screziata con quattro zampe, una femmina di fox terrier.
Uggiolava scodinzolando e annusandolo per bene.
La sua padrona, una giovane donna, gli veniva dietro a 7–8 metri di distanza.
– Lady! – vieni qua, disse la donna affrettando il passo.
Chicco si rallegrò a quella visita inattesa, allungò la mano senza paura, accarezzò la bestiola.
– Caruccia lei – disse alzandosi – aspetta che ho una cosa per te.
– Lady, lascia stare il signore! – urlò quasi la donna. Prese l'animale per il collare e lo trascinò via spaventata, così in fretta che Chicco
non fece a tempo a protestare. Rinunciò a trovare il sonaglino che sapeva di avere da qualche parte, si sedette di nuovo, sospirò. Affondò la mano destra nella tasca dell'impermeabile, le dita strinsero il collo di una bottiglia, la agitarono soppesando l'entità del contenuto. Si guardò intorno, estrasse la bottiglia dalla tasca, la portò alla bocca e trangugió tre sorsate buone del prezioso liquido. Sollievo. Fece un respiro profondo. Lo stomaco gli bruciava, ma la sensazione ricorrente di trovarsi su di un iceberg alla deriva evaporò. Adesso c’era sabbia sotto i suoi piedi, la sabbia di un isolotto sperduto, sul quale aveva fatto naufragio. Seguendo a ritroso il corso dei pensieri pensò prima alla donna col cane, poi al bastardino che aveva chiamato Camillo e che per un periodo era venuto a svegliarlo le mattine d'estate, quando dormiva all'aperto su una panchina in Piazza Trilussa, poi ancora a Whisky, il meticcio che aveva adottato in quell'altra vita, quando ancora aveva un nome, un tetto, una donna e un sacco di altre cose da perdere.

**
L'addetto alle pulizie quella sera era di pessimo umore, aveva cominciato con mezz'ora di ritardo, colpa del figlio, ventenne, nullafacente, che non era tornato in orario con la macchina. Si era preso una lavata di capo dal superiore, che gli avrebbe defalcato un'ora dalla paga e azzerato la già scarsa considerazione che ne aveva. Aveva liquidato con un grugnito le osservazioni di un collega sulla campagna acquisti autunnale della Lazio e si era messo al lavoro, agitando a scatti il bastone metallico con i pugni serrati. Quando ebbe finito, invece di scendere si sedette per accendersi un'altra sigaretta. Fu allora che vide una sagoma muoversi nella penombra, cinque o sei vagoni più in là. Gettò la sigaretta, si alzò di scatto. Impugnata la scopa di metallo, andò minaccioso incontro all'intruso.
Avete rotto er cazzo! – gli gridò ormai dappresso.
Chicco sobbalzò, si voltò verso la porta ancora aperta, cercò di scappare.
L'altro azionò un congegno alla parete. Come per un sortilegio la porta si richiuse. Era in trappola.
Barboni… – qualcosa di duro sferzò la testa di Chicco – drogati… – un secondo colpo, di punta, allo stomaco – gente che non fa un cazzo… – un terzo, terribile tra capo e collo lo fece cadere ginocchioni – dalla mattina alla sera!
Un rivolo di sangue, colato dalla tempia sinistra, gli solcò la guancia poi il petto, insinuandosi tra impermeabile e maglietta.
Basta – avrebbe voluto gemere. Un calcio in pieno petto, duro come un macigno, gli tolse il respiro, lo fece stramazzare su un fianco.
Alzò la testa, sperò che la furia dell’altro si fosse placata. Macchè. Gli occhi spiritati, si dimenava come trattenuto da una forza invisibile.
Il sangue dalla tempia di Chicco gocciolava adesso sul pavimento, formando una piccola pozza.
Animale, hai visto cosa hai fatto? Ho finito mo’ di pulire! – gridò il carnefice. Incapace di proferire parola, di implorare pietà, Chicco alzò una mano davanti al viso. Un primo calcio lo centrò al tronco. Con gli occhi chiusi attese il successivo. Che non arrivò. Una sagoma alta e massiccia si materializzò dietro l'uomo, ne toccò la spalla, lo colpì due volte in testa con una bottiglia. Il primo colpo produsse un rumore sordo, cupo. L'uomo vacillò indietreggiando. Il secondo colpo vide la bottiglia esplodere in una miriade di schegge. Chicco era salvo. Colin ansimava, l'arma ancora in mano. Guardava l'avversario crollato al tappeto. Aveva un espressione truce che Chicco non gli aveva mai visto.
– I'll kill this piece of shit! – urlò.
No! Bisogna che ce ne andiamo – disse Chicco mettendosi in mezzo. Facendo leva con le unghie cercò di fargli aprire la mano, serrata sul collo della bottiglia. Colin la lasciò cadere. Mise una mano sotto l'ascella di Chicco, lo aiutò a scendere, lo mise a sedere, poi risalì per prendere le cose di entrambi. L'addetto giaceva a faccia in giù nel sangue che adesso era anche il suo. Colin riprese il pezzo di bottiglia, ne pulì il sangue sulla tuta dell'uomo, poi lo infilò in un sacchetto. Da un altro sacchetto prese un pezzo di stoffa col quale tamponò la ferita alla testa di Chicco.
Barcollanti, insanguinati come improbabili gladiatori, si allontanarono nella notte. Chicco si sentiva infinitamente stanco. Guardò Colin e pensò che, se non fosse stato per lui, forse avrebbe trovato la morte per mano di quell'energumeno. Non provò alcuna gratitudine. Si sentì anzi defraudato. Avrebbe voluto spiegare questo concetto all’amico. Vi rinunciò.
– Grazie! – disse invece.
Colin sorrise, con le dita forti gli strinse la spalla.

Negli sporchi panni di Maria - Flavia Montanaro

Credo che una casa non sia solo un riparo sicuro dal freddo e dalla pioggia. Una casa è una porta chiusa a chiave e un citofono.
Ho 15 anni, mi chiamo Maria. Sono in Italia da quando ne avevo 7. Dopo la morte di mia madre mio padre decise di venire in Italia. L’ho sempre odiato per questa sua decisione. Lui era un musicista, suonava il sassofono. Sognava per me la sua stessa carriera. Suo fratello gli disse che sarebbe andato a Brindisi a lavorare come muratore. Si guadagnava bene e avrebbe permesso una vita dignitosa ai propri figli. Mio padre decise di prendere le nostre cose, di prendere me e di partire con lui.
Dell’arrivo in Italia ricordo solo la leggera luce del mattino che lasciava intravedere in lontananza la terra ferma. E’ stato uno dei viaggi più lunghi della mia vita. L’unico.
Arrivati in Italia, a Brindisi, non sapevamo nemmeno dove andare. Un paese nuovo, una lingua nuova.
“Quando andiamo nella nuova casa, papà?” chiesi. “Presto piccola mia”, rispose lui con un’aria desolata.
Iniziai a piangere perché dovevo fare la pipì e non c’era un bagno. Mio padre mi tirò uno schiaffo così forte che per la vergogna smisi di piangere. Non ero l’unica bambina che piangeva. Ma forse ero l’unica che aveva capito che non ci sarebbe stata una casa, tantomeno un bagno.
Ero così arrabbiata. Camminavo silenziosa seguendo mio padre e mio zio. In Albania almeno una casa ce l’avevamo. Ricordo le mattonelle marroni del bagno che mia madre si ostinava a lucidare ogni giorno. Una malattia se l’è portata via in poco tempo. Di lei oltre al ricordo delle mattonelle, porto con me uno scialle di lana infeltrito lavorato ad uncinetto. L’unica cosa davvero mia che sono riuscita a portare.
Avrei voluto portare con me anche la sedia di legno che mi aveva costruito il nonno. E volevo portare anche Pesca, la mia bambola. Ma i proprietari della barca ci dissero che potevamo portare solo una valigia con noi. Portammo il sassofono. E ci vestimmo a strati. Uno strato leggero, uno pesante.
Brindisi non mi piaceva proprio come città.
Mio padre e mio zio andarono a parlare per quel lavoro da muratore. Io li aspettai in una piazza grandissima. Sentivo il fischio dei treni. Mi avvicinai e capì che quella era una stazione. Sarebbe stata la mia casa per qualche tempo. Mio padre torno dopo un po’ sorridendo, senza lo zio. Ma quel sorriso lo conoscevo benissimo. Era lo stesso di quando tornava a casa dopo i colloqui di lavoro non andati bene.
Avevamo pochi soldi con noi. Lui decise che li avremmo usati per comprare da mangiare. Io volevo solo un letto per dormire.
La stazione non aveva tutti i comfort di una casa. Per esempio al bagno ci andavo solo la mattina per lavarmi, quando passavano le donne delle pulizie a disinfettare tutto. Di giorno mio padre tirava fuori il sassofono. Le sue dita e il suo fiato erano il nostro pane quotidiano.
La sera dormivamo nella sala d’attesa della stazione. Era settembre. Ma faceva già così freddo. Mi stringevo nello scialle di mia madre. Chiudevo gli occhi e volevo risvegliarmi sulla mia sedia di legno.
Dopo una settimana mio zio decise di tornare in Albania. Mio padre diceva sempre che lui era “allergico al lavoro”. Ed era vero. Noi decidemmo di rimanere in Italia. Ma di andare via da Brindisi. Quella città non mi piaceva. La gente mi guardava male quando mi toglievo il cappello di paglia viola con i fiori per recuperare qualche centesimo.
Ci recammo ad un banco di pegni e mio padre vendette l’orologio per prendere due biglietti per Roma. Quell’orologio valeva il ricordo di suo nonno. Molto più del prezzo di due biglietti.
Quel viaggio verso Roma non lo ricordo. I sedili del treno erano molto più comodi di quelli della sala d’attesa. Mi svegliai all’arrivo.
Roma l’ho amata dal primo momento che l’ho vista. La stazione era anche più grande di quella di Brindisi. Così grande che poteva contenere tutti quelli come noi. A Brindisi non era così. Infatti una sera la polizia mandò via alcuni uomini di colore. Dicevano che eravamo in troppi.
Odori, rumori, tanti volti, le scale mobili. Ero piccola. Troppo. Amavo ogni cosa che vedevo. A volte nemmeno mi pesava non avere una casa. E poi a Roma non ci guardavano male quando mio padre suonava ed io toglievo il cappello di paglia. La stazione Termini di Roma sarebbe stata la mia casa per circa 3 anni. Conoscemmo una suora. Suor Claudia.
Mi portava sempre dei vestiti. Alcuni erano bucati, troppo grandi. Ma almeno erano puliti. Una volta ci invitò al pranzo di Natale. Io e mio padre portammo via tutti gli avanzi. Ma una notte Bruna rubò la nostra sacca e si portò via tutto. Bruna era una donna sulla cinquantina, mi raccontava sempre di quando era sposata con un uomo più grande di lei. Andavano a ballare. Facevano le gite al lago la domenica. Solo che è morto d’infarto e i figli sono riusciti a mandarla via da casa e a mettere le mani sul libretto di risparmio con i suoi soldi. Mi raccontava di tutti i posti in cui aveva vissuto. Della campagna. Dei ponti. Dei casolari abbandonati.
Il giorno del mio compleanno mi regalò una chiave. La chiave della mia casa. Un po’ buffo come regalo. La mia casa era la sua. La panchina in cemento davanti alle scale mobili.
Una calda mattina d’estate mio padre non si svegliò più. Anche lui mi aveva lasciata. Avevo 10 anni. Imparai a cavarmela da sola in pochissimo tempo. Qualche volta Suor Claudia mi invitava nella sua parrocchia. Ma io tutti gli sguardi penosi e disgustati delle bambine nel loro cappottino di velluto non li sopportavo. E scappavo via. Poi mi stringevo in quello scialle. E piangevo.
Mio padre un giorno mi insegnò a suonare il sassofono. Il segreto era il cuore. Un giorno riuscì a guadagnare più di lui. Era così soddisfatto. Festeggiammo con una pizza quella sera. Gli avanzi del fast food li lasciammo a Pigi e Bigi.
Pigi e Bigi forse erano fratelli. Uno era sordo, uno era muto. Una strana coppia quei due. Vivevano solo di avanzi trovati tra i rifiuti. Aspettavano l’ora di chiusura del fast food e iniziavano la caccia al tesoro. Il loro lavoro.
Per noi invece suonare il sassofono era un vero e proprio lavoro.
Pensavo spesso ai casolari e alle campagne dove aveva vissuto Bruna. Roma città eterna. Roma città che ti abbraccia. Ma a una bambina di 11 anni già donna, non basta più l’abbraccio materno fatto di cemento e mattoni.
Presi un treno regionale con la speranza che non passasse nessun controllore, scelsi un posto vicino al finestrino. Era Aprile. Non ricordo dove scesi. Non sapevo leggere in lingua italiana. Solo parlare. Veramente anche adesso faccio fatica a leggere.
Iniziai a correre. Non lo so perché. Ma iniziai a correre in direzione di alcuni alberi di pino. Rimasi un po’ stesa sulla nuda terra. Iniziò a piovere. E tornai in stazione. La sala d’attesa era minuscola e accogliente. Iniziai a pensare alla sedia. A Pesca. Alle mattonelle marroni lucide. Presi la foto di mia madre tra le mani e mi addormentai.
Oggi ho 15 anni. Mia madre si chiama Roma. La mia casa è il piazzale della Stazione Tiburtina. Arrivano tanti e troppi pullman qui. Vedo tantissime persone. Immagino le loro vite, le loro case. Il custode del bagno è mio amico. Ogni mattina mi offre la colazione. Spesso è l’unico pasto della giornata. Passo ore intere a suonare il sassofono. Ad aspettare qualche centesimo per far materializzare un pezzo di pizza calda. Ogni tanto vado a trovare Suor Claudia. L’ultima volta che sono andata ha preso il mio scialle di lana. E l’ha lavato. Odora di lavanda.
Ho lo scialle. Ho il sassofono. Ho ancora la chiave che mi regalò Bruna. Ma non ho una casa.
Tutto sommato sono fortunata. Lotto per vivere. Ma sono viva. E sono libera. Non come Miranda. Lei deve consegnare ogni centesimo che guadagna a Kasimiro. Il suo protettore. Mi ha raccontato che le fa fare cose orribili. Ma lei è contenta perché ha un letto e un pasto caldo assicurati. Io non svenderei così la mia vita. Mai!
Ho deciso che imparerò a leggere.
Adesso però prendo il mio scialle. Sistemo quel vecchio materasso in lattice che ho trovato vicino al cassonetto e quella visiera di un vecchio motorino. Ci sono delle nuvole e si sente l’odore della pioggia.
Prima di chiudere gli occhi sorrido sempre. Dovrei piangere. Eppure sorrido. Sorrido a mia madre e a mio padre. Un giorno avrò una casa con il portone e il citofono.

Oro nero - Floriana Lenti

Ero piccola quando lo vidi per la prima volta. Aveva la pelle scura, non nera, di un colore caffellatte che in certi punti c’aveva più caffè e meno latte e in altri più latte che caffè, ma mai solo latte. Era magro, asciutto, sembrava una corda di violino tesa, nemmeno un filo di grasso e dava l’idea di avere una gran forza. Non era altissimo e non aveva età, l’unico segno del passaggio degli anni era quel nero di capelli e barba che lasciava posto al grigio, diventava sempre più chiaro. Un ghigno soddisfatto sembrava spaccargli orizzontalmente in due il viso. Le sue rughe, senz’altro un’opera olio su tela, sembravano pennellate di un abile artista rinascimentale, innaturali per quanto perfette, e avevano anche la capacità di inglobare tutti gli elementi del viso in modo armonico: gli occhi con effetto bassorilievo ed una infarinata di acrilico più scuro sotto; il naso importante, più lucido del resto del viso; le labbra tirate ai lati verso l’alto, roba da impreziosire le gote, ma se solo provavano a schiudersi sprigionavano pochi denti giallissimi contro i quali la lingua si divertiva a sbattere contro e spesso a passarci in mezzo.
Salutava tutti. Ricordo perfettamente che si aggirava come un attore di teatro per quel piccolo paese del sud Italia, il suo palcoscenico era immenso. Di giorno in via San Francesco, di pomeriggio tra la Chiesa del Sacro Cuore e i campetti di calcetto, di sera in Piazza, nei paraggi del Bar Centrale. Proprio lì lo incontrai una volta all’imbrunire che mangiava i panini vuoti, “gli affettati ci possono servire per i ripieni del giorno dopo” gli dicevano, ma tanto lui ciancicava incurante, gli bastava il sapore della mortadella.
Raccontavano che fosse arrivato dal mare, una mattina d’inverno, quando all’alba i pescatori stavano già allestendo il mercato del pesce. Si dice abbia camminato ore e si sia fermato nel primo paesino che probabilmente non gli piacque, si inoltrò verso Statte. Da allora non si mosse più. Il profumo di terra rossa secca gli dava forza e lo rassicurava il pensiero che i cassonetti della spazzatura erano meno fetenti di resti di cibo e comunque sempre straripanti. Nessuno sapeva quale fosse il suo vero nome, ed in effetti che importanza aveva? Lui era Petrolio! Si sentiva spesso la gente chiamarlo nel dialetto locale: “Ptroghj” (in alcuni posti del meridione urlare è dovere e le vocali sono un optional, in realtà la “o” non è decisa e sincera, e la “j” è solo un modo per finire la parola in modo soft).
I suoi occhi sapevano comunicare i suoi stati d’animo. Quando rideva lo faceva con gusto, con tutto il corpo, piegandosi in avanti nei vari sussulti, tanto che contagiava gli interlocutori.
Sapeva molte cose, innumerevoli storie, e non le aveva lette sui libri, le aveva origliate e alcune anche vissute. E se trovava qualcuno disposto ad ascoltarlo, si dilettava a ripeterle, ma mai uguali, ogni volta ci aggiungeva inediti particolari.
Spesso aiutava la gente in difficoltà, portava buste pesanti alle donne anziane, faceva rialzare bimbi che metodicamente si schiantavano con la bicicletta a causa delle voragini sull’asfalto, teneva d’occhio le macchine parcheggiate in seconda fila davanti alla salumeria e se intravedeva un vigile iniziava a zufolare.
Non si sa se avesse una moglie o dei figli o parenti o veri amici, sembrava non curarsene, stava bene con tutti, forse però non voleva accanto nessuno.
Gli piaceva il vino rosso, i contadini lo sapevano e di tanto in tanto gli regalavano boccioni che travasava di volta in volta in una borraccia che portava sempre con sé. Probabilmente era uno dei pochissimi oggetti che si portava dietro dalla sua terra.
Conosceva a memoria le costellazioni, ogni sera prima di addormentarsi le osservava e sembrava contarle, monitorarle. Sapeva perfettamente che tempo ci sarebbe stato il giorno dopo, e se avvertiva un soffio di vento si leccava il dito e sollevandolo al cielo si esprimeva: “arriv la tramntna, doman il mar è nà sfurtuna”; oppure “è punent e il vent sona fischia e cant”. Petrolio era meglio del meteo, per quel che io sappia, non ha mai sbagliato i pronostici.
Siccome il suo cartone e le sue coperte furono considerate “antiestetiche” da perbenisti del luogo, alcuni uomini compassionevoli decisero di regalargli una macchina, una specie di panda nera senza il sedile di destra, così poteva mettere lì i sui arnesi e poteva anche dormirci dentro. Inizialmente non voleva accettarla, poi, pian piano si abituò all’idea e negli ultimi tempi si affezionò anche a quell’abitacolo tanto da chiamarlo “cas mj”.
La sua passione più grande era rovistare nella spazzatura “c stann assai cos bone qua dentr” si ostinava a ripetere “l cristian gettan tutt e invec bast sol ca s aggiustan” e ridava vita a oggetti di ogni genere. Riesumò ferri da stiro, sedie, tavoli, armadietti, frigoriferi, televisioni, radio e chi più ne ha più ne metta. Qualche volta riusciva a venderli, altre volte barattava questi oggetti con torte di mele e crostate, piatti di pasta e parmigiane. Si dice che abbia anche trovato un bambino, un batuffolino scuro a cui salvò la vita dandogli del latte con un contagocce e coprendolo con i panni più puliti che aveva, poi lo portò in Chiesa e fu lui a scegliere il nome: era indeciso tra Libero e Felice, alla fine si decise a chiamarlo Gioia, era una femminuccia.
C’erano giorni in cui Petrolio non si faceva vedere, non voleva che gli altri sospettassero che stesse male e si nascondeva tra alcuni alberi, vicino ad una costruzione diroccata che si affacciava sulla ferrovia. Amava i treni, gli facevano compagnia e lo aiutavano a sognare posti lontani e valigie colme di vestiti profumati di lavanda; immaginava di essere un manager e di viaggiare vestito di tutto punto, sì, se proprio doveva essere elegante avrebbe voluto anche la giacca con i gemelli.
Un giorno tornai a casa tardi da scuola e decisi di scendere qualche fermata prima rispetto a quella dove l’autobus mi scarrozzava quotidianamente e mi misi a camminare a testa bassa. Avevo perso uno stupido braccialetto e mi sentivo triste. Da lontano lo vidi che sventolava le ossute dita per salutarmi e allora mi avvicinai. “Ciao Petrolio!” sussurrai triste. “Che tieni signorì? Sì cussì bell che è brutt se piang, t’hann nfastidit? T poss rincuorà?” mi disse seguendomi per un pezzo di strada. Gli spiegai che avevo smarrito il bracciale e mi garantì che se ne avesse trovato uno, me lo avrebbe regalato. Poi ci sedemmo su una panchina fredda sul viale principale del paese e iniziammo a chiacchierare. Mi raccontò del suo naufragio e della meraviglia che provò quando si accorse che era ancora vivo, mi disse anche che nel suo paese era un ingegnere stimato e che però non sarebbe più tornato indietro. Ad un tratto gli chiesi: “Petrò, ma mi dici una cosa? Come ti chiami veramente?”, “Ah, ah, ah…” sorrise a labbra aperte “Signorì, sì assai curiòs, m chiam Ptroghj, sì, Pe-tro-lio, e vù sapè pcchè?”, sorpresa dalla sua risposta annuì, “Eh, pcchè tu dev sapè che sono l’uomo chiu ricc du mond, io tengo tutt quell ch voglio”. Non riuscivo a crederci: i miei occhi osservavano un uomo vestito malamente, per me non aveva nulla, incalzai “Pensavo ti chiamassero Petrolio perché hai la pelle più scura della nostra”. Mettendosi la mano sul torace mi disse “Sai dov sta’ quell che teng? Signorì, io l’oro ce l’ho qua dentr, poi il rest delle ccose le ho nella munnezz, lì ho trovat u pe-tro-lio”. A quel punto lui davvero mi parve un re. Sorridemmo ancora e ci stringemmo la mano, dovevo correre a casa per raggiungere i miei: del braccialetto non mi importava più niente, volevo solo riabbracciare mia madre e mio padre, loro erano il mio tesoro. Fu l’ultima volta che lo vidi.
Dopo un po’ di tempo venni a sapere che avevano ritrovato Petrolio nella panda nera con il sedile sdraiato, sulle ginocchia la borraccia e con il suo solito sorriso dipinto in faccia: tra le mani stringeva un piccolo braccialetto.

Sulla sua tomba c’è scritto: “I cittadini di Statte hanno perso il loro Petrolio”.

Cantami Toto Cutugno s'il vous plaît - Francesco Manfredi

Tuta da ginnastica e fisico atletico. Tony non ha casa. Vive da 2 anni sulla spiaggia di Budva, Montenegro. In tuta da ginnastica anche in pieno inverno. Tony è un duro.
Il mare a Budva è splendido, come su tutta la costa tirrenica dell’ ex-Jugoslavia, nulla a che vedere con la costa di Rimini, anche se l’acqua è la stessa, in teoria. Io sono lì, su una panchina vicino alla spiaggia che suono la chitarra. Quando mi vede non gli sembra vero. Tony ama la musica.
“Cantami Toto Cutugno, s'il vous plaît, io mezzo italiano! Vissuto a Bruxelles, ma mia mamma italiana mon ami! Dai s'il vous plaît, quella che che fa:
Lasciatemi cantare
con la chitarra in mano
sono un Italiano...

“Mi dispiace, vorrei accontentarti, ma non ricordo né parole né accordi. Va bene se canto Estate
di Bruno Martino?”
“Trés bien, grazie, mon ami!”
Dopo la canzone applaude tutto contento. Poi va a comprare una bottiglia di birra da 2 litri e mi
porta anche un bicchiere di plastica. Lui beve alla bottiglia e tra una canzone e l’altra mi confida
i suoi problemi.
“Ici è una merda... les fammes ici tutte puttane... no c’è lavoro.. mafia Russa comprato tutto..
cantami Toto Cutugno s'il vous plaît!”
Ci provo, canto le poche parole che ricordo.
Buongiorno Italia gli spaghetti al dente
Un partigiano come presidente...

Intanto guardo i suoi occhi che virano alle lacrime. Penso che forse son diventati azzurri a furia
di guardare il mare.
Decidiamo di andare a Kotor, città due volte italiana, prima sotto i Veneziani e poi sotto
Mussolini, infatti si chiama anche Cattaro.
Tony puzza di alcol e altro. Sul primo autobus non ci fanno salire. L’autista, guardando il
bottiglione di birra, gli dice in serbo qualcosa tipo “è pieno, prendi il prossimo”. Non ci resta che
nascondere la bottiglia di birra del discount e sperare di poter impuzzolire il prossimo mezzo.
Ecco che arriva, si ferma, salutiamo l’autista, saliamo...liscio.
Pago anche per lui e per la felicità di aver trovato un autobus tollerante verso i barboni mi
ritornano in mente quasi tutte le parole della canzone.
Buongiorno Italia, buongiorno Maria
con gli occhi pieni di malinconia
buongiorno Dio
lo sai che ci sono anch’io...

Grande Cutugno, non ci avevo mai pensato. Cantiamo a squarcia gola mentre gli altri
passeggeri ci guardano divertiti.
Kotor è splendida. Sembra rimasta al 1200, tutta pietra e mura che si riflettono
nell’acqua del mare che la circonda. Sulla porta principale della città una scritta solenne di Tito:
Tu non rompi i coglioni a me e vedrai che io non rompo i coglioni a te. O almeno questa è la
traduzione di Tony.
La leggenda vuole che di sera le luci che illuminano le mura di Kotor si riflettano nell’acqua e formino un cuore. Cerchiamo questo cuore dappertutto ma niente, ci arrendiamo alla fame e alla sete ed entriamo in un supermarket. Io prendo solo un panino, Tony solo una birra. Offre lui, ci tiene.
“Merci beaucoup Tony”
“De rien mon ami, basta che dopo mi canti ancora Toto Cutugno, s'il vous plaît”
“Ok, più tardi”
Tony riprende con la storia-fiume della sua vita.
Ha due figli a Budva più un terzo che abita a Bruxelles dove ha tutti i parenti, tra cui una nipote bellissima che devo assolutamente conoscere... Lui resta qui in Montenegro per i suoi figli più piccoli e per la donna che ama, non la madre dei suoi figli ma un’altra, una slava che da lui vuole solo sesso mentre lui la vuole sposare... tutti pensano che non c’è futuro con uno come lui, ma non è vero niente perché Tony è un gran lavoratore solo che la mafia russa ha smesso di investire perché non crede più nel Montenegro... ma Tony non si arrende mai, Tony durante il militare è stato guardia personale del Maresciallo Tito... Tony è amico intimo di Jean Claude Van Damme perché facevano la scuola insieme a Bruxelles... Tony ha una casa enorme in Macedonia, ma la Macedonia fa schifo peggio del Montenegro... Tony era ricco, ora è povero ma ha un cuore grande così!
Il tempo vola, Tony sa essere logorroico e interessante al tempo stesso. E’ l’una di notte e domani mattina ho l’aereo per Roma, dobbiamo lasciare le meraviglie di Kotor per tornare a Budva. Dando per scontato che pagherò io, tratta col tassista per farmi fare lo sconto dicendo che sono un artista italiano bravissimo ma ancora poco affermato. Spero che abbia ragione.
Col Taxi il problema olfattivo si ripropone ma alla fine si chiacchiera e si canta di nuovo, con la partecipazione del tassista. Tutti qui conoscono Toto Cutugno.
Buongiorno Italia con i tuoi artisti
con troppa America sui manifesti...

Fino al mio modesto albergo di Budva.
Davanti alla reception Tony mi chiede un po’di soldi per i suoi quattro figli. Gli avevo già detto che non ne ho più e che ho speso tutto per autobus e taxi e che domani riparto, ma è il suo copione, deve rispettarlo. Sono un po’ imbarazzato. Il ragazzo alla reception mi guarda come per dire “è sempre così, ogni giorno rimorchia un turista per spillargli qualche soldo, oggi è toccato a te”.
Dico a Tony di uscire un attimo insieme.
“Tony mi dispiace ho davvero finito i soldi!”
Gli mostro il portafogli con solo i dieci euro.
“Ok mon ami, solo 5 euro...”
“Domani devo prendere il taxi per l’aeroporto, come vado a piedi?”
Si rassegna. Gli assicuro la mia eterna riconoscenza e amicizia. Ci salutiamo con un mezzo abbraccio. Mentre sto entrando in albergo mi richiama. Penso che voglia mandarmi a quel paese per avergli fatto sprecare una giornata.
“Sai perché tu prima non visto cuore nell’acqua a Kotor mon ami ?
“No, perché? perché sono uno stronzo?”
“Noo mon ami” - ride - “Perché cuore no si vede sempre. Vede cuore solo quando Dio ha voglia di fare amore con Terra, mon ami.
“Ah, ho capito, stanotte Dio sta dormendo.”
“No mon ami, stanotte Dio vuole solo ascoltare nostra canzone”.
Lasciatemi cantare
perché ne sono fiero
sono un Italiano
un italiano vero