Sono stata una vagabonda per quasi tutta la fine della mia vita, o potrei dire una barbona, un cane randagio, come usavi definirmi tu.
Quando avevo dei vestiti buoni e un lavoro, dei soldi che a stento ci permettevano di vivere, allora mi chiamavi Luisa, che strano. Ora sono solo un cagna, un topo di fogna.
Anche i nomi cambiano, e cambiano gli appellativi, la maniera in cui la gente ti guarda, quando non hai più un tetto, quando non hai più un nome, quasi fossi un alieno venuto da Marte o da Saturno. Invece io ho ancora un cuore. Un cuore che batte, un cuore che ha freddo e paura, un cuore come quello di tutti. Non ti racconterò della sofferenza che provo a non avere più un nome, per te e per gli altri, ora sono solo una figura indistinta che cammina nella notte, che dorme su scalinate sporche, piene di piscio, terra delle mie stesse scarpe, mozziconi di sigarette e cartoni macerati dalla pioggia.
Quello che pensi tu d'altronde, come mi immagini, ma è un'esagerazione ormai.
Non dico di non avere vissuto periodi molto difficili, non è più così da qualche anno, c'è gente che mi aiuta, piano piano mi sta ridando una dignità anche se è già tardi, domani non cambia tutto.
Potrei dirtelo un milione di volte che ho ancora un cuore dentro, qui da qualche parte nascosto tra i miei seni. Un cuore come un altro, solo un pò balbettante e malato.
La vera differenza è non avere un soffitto sulla testa, porte da aprire con queste mani rovinate e stanche, nessun posto da poter chiamare casa.
Quando ci hanno sfrattato e tu sei tornato a vivere da tua madre, io in fin dei conti ero contenta, sapevo già quello che sarebbe successo dopo, e nonostante tutto per me andava bene così; nostro figlio poteva ancora continuare a sperare, come non posso fare io. Non ti biasimo affatto. Ora non bevo più come prima, sai? Perchè non devo più pensare a tutte quelle cose brutte per le quali non riuscivamo a vivere bene insieme, per esempio i soldi, quei maledetti soldi che andavano sempre via prima della fine del mese.
Questo cuore traditore e bastardo che non ne vuol sapere di battere come si deve.
Taglio corto, Roberto. E' passato molto tempo, lo so, ma vorrei vedere mio figlio e ti chiedo di portarlo quà, almeno una volta, quanti anni avrà ora, dieci? Ti chiedo solo questo, portalo quà da me, una volta, una volta sola, allora sì che sarò serena e in pace, felice per sempre; nonostante le parole sereno, pace, felicità non abbiano più molto senso per me adesso. E' un desiderio irragionevole, forse neanche così tanto, ma sono mesi che vivo solo di irragionevolezze, per poi scoprire che sono quelle di cui vivono tutti. Nemmeno in questo mi sento poi tanto diversa dagli altri. Facciamo che questo desiderio è un pò come l'ultima sigaretta da fumare davanti ad un plotone di esecuzione. Non puoi negarmelo.
Non hai mai risposto ai miei continui solleciti degli ultimi tempi. Perchè i tempi sono davvero ultimi questa volta. Passo il tempo a contare le gocce che cadono dalla flebo, non voglio impietosirti perchè a me in realtà vien da ridere. Mi viene da ridere davvero. Per quanto una vita possa essere stupida e atroce, meravigliosa, esaltante, meschina, sfortunata ma piena, triste, dolce o rancorosa in fondo è uguale.
La fine è uguale per tutti, così come l'inizio; sono le sfumature che cambiano.
Non troverei altri modi per potertelo dire, d'altronde non ti chiedo di capire, come potrei, io che non sono mai stata all'altezza di questo maledetto mondo, che sono stata violenta e vigliacca, un ubriacona senza ritegno. Patetica, come le mie parole dopo così tanti anni.
Questa maledetta miseria, non cerco giustificazioni ma la miseria crea mostri.
Adesso credo sia arrivato il momento migliore per sentir freddo, per questo ti scrivo, perchè sempre alla fine ci si risveglia dai peccati. Ora che sono ben poche le cose che contano. Non lo senti anche tu un pò di freddo? Dopo tutti questi anni che hai cercato di nascondermi. Che mi hai negata a te stesso e agli altri, sempre loro, ma cos'è il pensiero degli altri se non la parte più brutta che abbiamo? La vergogna che provavi per me è sempre cosi forte? Chissà cosa dici a lui di me. Come giustifichi la mia assenza.
Vorrei cercare di comprenderla questa vergogna, quella che provi tu. Quella negli occhi di tutte le persone che ho visto passare a Corso Trieste. La gente solita che passava di lì, per lavoro, per tornare a casa o per chissà cos'altro, avevo imparato a riconoscerne le gambe e le camminate. Negli occhi paradossalmente cercavo di guardarle il meno possibile, perchè anch'io provavo pena per loro dopotutto. Della loro compassione, della loro indifferenza e del loro fastidio. Chi cambiava marciapiede o alzava lo sguardo. Scrollarsi il peso di non si sa poi cosa dalla coscienza con cinquanta centesimi. Tutti mi sembravano uguali, i generosi e gli intolleranti per me non facevano nessuna differenza. Odiavo i compassionevoli ed i caritatevoli allo stesso modo, non so come sono arrivata a questo punto. Ero solo certa che una volta lasciato alle spalle il mio corpo, nei loro mondi e nella loro anima nulla cambiava. I loro cuori rimanevano imperturbabili per un fatto molto semplice, non capivano. Il disagio non può essere capito da chi non l'ha vissuto; magari tollerato, questo si. Ma io e gli altri come me siamo solo strane creature che voi incontrate lungo il percorso.
Non voglio più soldi, per questo non accettavo la tua elemosina. Ormai non saprei cosa farne, preferirei piuttosto che la gente e le istituzioni cambiassero prospettiva, che iniziassero qualche volta a guardare il mondo dal nostro punto di vista, e non sempre ad apporre la loro visione delle cose come un timbro su una raccomandata, -così è perchè così va il mondo-, bisognerebbe prima capire che il mondo non va da nessuna parte, è sempre statico, meraviglioso, grottesco, triste. Bisognerebbe cambiare inclinazione anche solo per un giorno, cercare di capire davvero.
Se sei anche solo mediamente inserito nella società allora vuoi e pretendi che tutti ti ascoltino, con la presunzione che le proprie storie e disavventure personali abbiano una valore sulla bilancia di ciò che conta. Ma se vivi per strada questo non vale, allora il discorso cambia, le storie di ognuno di noi non sono più storie, ma folli vaneggiamenti di un mentecatto, nessun orecchio teso, nessun credito, nessun rispetto. La compassione magari, ma siamo capaci tutti a dire -Povera anima!-
Essere allontanati perchè fai paura, perchè puzzi, porti malattie o, peggio ancora, perchè credono che tu sia un criminale. Anche molte strutture o organizzazioni pubbliche, spesso sono solo un altro tribunale dove essere giudicati, per non parlare di chi lucra sulle nostre teste.
Prima di addormentami mi viene facile ricordarli tutti, confusamente ma tutti. Volti, corpi, parole, mani, sguardi, movimenti, labbra e ancora parole e urla, passi, passi su passi, i miei occhi sui miei piedi che camminano senza sosta e i bordi dei marciapiedi, i cani che ti annusano, chi ti porta via qualcosa mentre dormi sulla strada.
Li vedo tutti: la ragazza in minigonna e tacco alto con la borsa pagata trecento euro e che non ne vale un quarto, fabbricata da cinesi in garage di merda. Lo studente rasta con la maglietta di Che Guevara e le scarpe Adidas, la donna con le buste della spesa e la sciagura negli occhi,
i capelloni, quelli con le creste, l'uomo in cravatta e valigetta alla deriva verso il nulla, quelli con le maglie larghe, il padre che scosta il bambino, la madre che bestemmia contro i suoi figli, gli anziani che vanno in chiesa e muoiono soli, l'indiano che vende la frutta, i pakistani alle pompe di benzina e gli orientali dei negozi a un euro, i finti punkabbestia con due cani al bancomat, l'anoressica e lo svitato, i maniaci e i frustrati. Saprei riconoscere e raccontare di tutti loro al primo sguardo.
Poi mi vedo dall'esterno, in questa stanza d'ospedale, cattiva e intollerante a mia volta verso quei volti disperati e ipocriti, disperati e soli proprio come me, non così diversi.
Le distanze diventano enormi, iniziamo a vivere su pianeti diversi, galassie irragiungibili, camminando, camminando senza migliorare mai, nuotando come salmoni in un fiume senza foce.
Tutte le parole che ho sentito, che violentano le mie orecchie, anch'esse vengono a farmi visita prima del riposo che anelo ogni notte, un riposo precario. Tutte queste parole e frasi che iniziano a roteare confuse nella mia testa: "Sono dei parassiti ubriaconi!", "Non fanno nessun male", "Non ho problemi a lasciargli un euro", "Puzzano e cagano dove dormono", "Sono malati", "Stai attento a dove metti i piedi figliolo", "Andate a lavorare!", "Rovinano il quartiere", "Ma il comune non può trovargli degli alloggi fuori città?", "Decoro", "Cosa pago a fare le tasse?", "Ordine", "Bisognerebbe Bruciarli!", "Sicurezza", "Hanno fatto bene a mandarli via, io ho due figli piccoli!".
Poi mi addormento quando il concerto finisce, per poche ore senza sogni.
Dovresti vedere inoltre come mi guardano incredule le infermiere quando mi sorprendono a scrivere una lettera, come per dire: "Caspita, questa qua sa anche scrivere!", e ridono credendo che sia matta. Per non parlare del loro stupore nel sapere che ho finito le scuole e avevo anche iniziato l'università. Ti chiedo di pensare a quello che ho scritto.
Oggi è passato il dottore, è un brav'uomo, mi dice sempre di stare tranquilla, ma lo so da me che la situazione è grave, non ho bisogno di fare domande nè di avere delle risposte e credo che lui abbia capito. Ha viaggiato tanto, sai? L'ultima volta è stato in Egitto, il mio sogno da bambina. Gli chiedo sempre di raccontarmi dei suoi viaggi, per me che non ho mai viaggiato è meraviglioso ascoltare le sue storie. Lui buono com'è si ferma sempre dieci minuti a parlarmi dei posti che ha visitato.
Mi sono permessa di dirgli che in fin dei conti non è importante nè l'inizio nè la fine di un viaggio, tantomeno la meta o la disposizione d'animo, non so perchè l'ho detto, mi è venuto naturale filosofeggiare su questo argomento, magari la strada può anche insegnare qualcosa, come si vede nei film, magari no. Dopo tutto il tempo che ho passato da sola l'unica cosa che mi rimaneva era il pensiero, cercare soprattutto di non avvelenarlo, di non impazzire.
Ebbene gli ho detto che l'importante è andare di petto verso il nulla, verso ciò che non abbiamo mai visto, mai analizzato con i nostri piccolissimi, noiosi e riflessi punti di vista, verso ciò che non abbiamo mai conosciuto. Credo che questo sia il punto. Per un viaggio vero non c'è bisogno di andare poi così lontano. Mi ha sorriso con un assenso; poi ha chiuso la porta alle sue spalle.
Quando avevo dei vestiti buoni e un lavoro, dei soldi che a stento ci permettevano di vivere, allora mi chiamavi Luisa, che strano. Ora sono solo un cagna, un topo di fogna.
Anche i nomi cambiano, e cambiano gli appellativi, la maniera in cui la gente ti guarda, quando non hai più un tetto, quando non hai più un nome, quasi fossi un alieno venuto da Marte o da Saturno. Invece io ho ancora un cuore. Un cuore che batte, un cuore che ha freddo e paura, un cuore come quello di tutti. Non ti racconterò della sofferenza che provo a non avere più un nome, per te e per gli altri, ora sono solo una figura indistinta che cammina nella notte, che dorme su scalinate sporche, piene di piscio, terra delle mie stesse scarpe, mozziconi di sigarette e cartoni macerati dalla pioggia.
Quello che pensi tu d'altronde, come mi immagini, ma è un'esagerazione ormai.
Non dico di non avere vissuto periodi molto difficili, non è più così da qualche anno, c'è gente che mi aiuta, piano piano mi sta ridando una dignità anche se è già tardi, domani non cambia tutto.
Potrei dirtelo un milione di volte che ho ancora un cuore dentro, qui da qualche parte nascosto tra i miei seni. Un cuore come un altro, solo un pò balbettante e malato.
La vera differenza è non avere un soffitto sulla testa, porte da aprire con queste mani rovinate e stanche, nessun posto da poter chiamare casa.
Quando ci hanno sfrattato e tu sei tornato a vivere da tua madre, io in fin dei conti ero contenta, sapevo già quello che sarebbe successo dopo, e nonostante tutto per me andava bene così; nostro figlio poteva ancora continuare a sperare, come non posso fare io. Non ti biasimo affatto. Ora non bevo più come prima, sai? Perchè non devo più pensare a tutte quelle cose brutte per le quali non riuscivamo a vivere bene insieme, per esempio i soldi, quei maledetti soldi che andavano sempre via prima della fine del mese.
Questo cuore traditore e bastardo che non ne vuol sapere di battere come si deve.
Taglio corto, Roberto. E' passato molto tempo, lo so, ma vorrei vedere mio figlio e ti chiedo di portarlo quà, almeno una volta, quanti anni avrà ora, dieci? Ti chiedo solo questo, portalo quà da me, una volta, una volta sola, allora sì che sarò serena e in pace, felice per sempre; nonostante le parole sereno, pace, felicità non abbiano più molto senso per me adesso. E' un desiderio irragionevole, forse neanche così tanto, ma sono mesi che vivo solo di irragionevolezze, per poi scoprire che sono quelle di cui vivono tutti. Nemmeno in questo mi sento poi tanto diversa dagli altri. Facciamo che questo desiderio è un pò come l'ultima sigaretta da fumare davanti ad un plotone di esecuzione. Non puoi negarmelo.
Non hai mai risposto ai miei continui solleciti degli ultimi tempi. Perchè i tempi sono davvero ultimi questa volta. Passo il tempo a contare le gocce che cadono dalla flebo, non voglio impietosirti perchè a me in realtà vien da ridere. Mi viene da ridere davvero. Per quanto una vita possa essere stupida e atroce, meravigliosa, esaltante, meschina, sfortunata ma piena, triste, dolce o rancorosa in fondo è uguale.
La fine è uguale per tutti, così come l'inizio; sono le sfumature che cambiano.
Non troverei altri modi per potertelo dire, d'altronde non ti chiedo di capire, come potrei, io che non sono mai stata all'altezza di questo maledetto mondo, che sono stata violenta e vigliacca, un ubriacona senza ritegno. Patetica, come le mie parole dopo così tanti anni.
Questa maledetta miseria, non cerco giustificazioni ma la miseria crea mostri.
Adesso credo sia arrivato il momento migliore per sentir freddo, per questo ti scrivo, perchè sempre alla fine ci si risveglia dai peccati. Ora che sono ben poche le cose che contano. Non lo senti anche tu un pò di freddo? Dopo tutti questi anni che hai cercato di nascondermi. Che mi hai negata a te stesso e agli altri, sempre loro, ma cos'è il pensiero degli altri se non la parte più brutta che abbiamo? La vergogna che provavi per me è sempre cosi forte? Chissà cosa dici a lui di me. Come giustifichi la mia assenza.
Vorrei cercare di comprenderla questa vergogna, quella che provi tu. Quella negli occhi di tutte le persone che ho visto passare a Corso Trieste. La gente solita che passava di lì, per lavoro, per tornare a casa o per chissà cos'altro, avevo imparato a riconoscerne le gambe e le camminate. Negli occhi paradossalmente cercavo di guardarle il meno possibile, perchè anch'io provavo pena per loro dopotutto. Della loro compassione, della loro indifferenza e del loro fastidio. Chi cambiava marciapiede o alzava lo sguardo. Scrollarsi il peso di non si sa poi cosa dalla coscienza con cinquanta centesimi. Tutti mi sembravano uguali, i generosi e gli intolleranti per me non facevano nessuna differenza. Odiavo i compassionevoli ed i caritatevoli allo stesso modo, non so come sono arrivata a questo punto. Ero solo certa che una volta lasciato alle spalle il mio corpo, nei loro mondi e nella loro anima nulla cambiava. I loro cuori rimanevano imperturbabili per un fatto molto semplice, non capivano. Il disagio non può essere capito da chi non l'ha vissuto; magari tollerato, questo si. Ma io e gli altri come me siamo solo strane creature che voi incontrate lungo il percorso.
Non voglio più soldi, per questo non accettavo la tua elemosina. Ormai non saprei cosa farne, preferirei piuttosto che la gente e le istituzioni cambiassero prospettiva, che iniziassero qualche volta a guardare il mondo dal nostro punto di vista, e non sempre ad apporre la loro visione delle cose come un timbro su una raccomandata, -così è perchè così va il mondo-, bisognerebbe prima capire che il mondo non va da nessuna parte, è sempre statico, meraviglioso, grottesco, triste. Bisognerebbe cambiare inclinazione anche solo per un giorno, cercare di capire davvero.
Se sei anche solo mediamente inserito nella società allora vuoi e pretendi che tutti ti ascoltino, con la presunzione che le proprie storie e disavventure personali abbiano una valore sulla bilancia di ciò che conta. Ma se vivi per strada questo non vale, allora il discorso cambia, le storie di ognuno di noi non sono più storie, ma folli vaneggiamenti di un mentecatto, nessun orecchio teso, nessun credito, nessun rispetto. La compassione magari, ma siamo capaci tutti a dire -Povera anima!-
Essere allontanati perchè fai paura, perchè puzzi, porti malattie o, peggio ancora, perchè credono che tu sia un criminale. Anche molte strutture o organizzazioni pubbliche, spesso sono solo un altro tribunale dove essere giudicati, per non parlare di chi lucra sulle nostre teste.
Prima di addormentami mi viene facile ricordarli tutti, confusamente ma tutti. Volti, corpi, parole, mani, sguardi, movimenti, labbra e ancora parole e urla, passi, passi su passi, i miei occhi sui miei piedi che camminano senza sosta e i bordi dei marciapiedi, i cani che ti annusano, chi ti porta via qualcosa mentre dormi sulla strada.
Li vedo tutti: la ragazza in minigonna e tacco alto con la borsa pagata trecento euro e che non ne vale un quarto, fabbricata da cinesi in garage di merda. Lo studente rasta con la maglietta di Che Guevara e le scarpe Adidas, la donna con le buste della spesa e la sciagura negli occhi,
i capelloni, quelli con le creste, l'uomo in cravatta e valigetta alla deriva verso il nulla, quelli con le maglie larghe, il padre che scosta il bambino, la madre che bestemmia contro i suoi figli, gli anziani che vanno in chiesa e muoiono soli, l'indiano che vende la frutta, i pakistani alle pompe di benzina e gli orientali dei negozi a un euro, i finti punkabbestia con due cani al bancomat, l'anoressica e lo svitato, i maniaci e i frustrati. Saprei riconoscere e raccontare di tutti loro al primo sguardo.
Poi mi vedo dall'esterno, in questa stanza d'ospedale, cattiva e intollerante a mia volta verso quei volti disperati e ipocriti, disperati e soli proprio come me, non così diversi.
Le distanze diventano enormi, iniziamo a vivere su pianeti diversi, galassie irragiungibili, camminando, camminando senza migliorare mai, nuotando come salmoni in un fiume senza foce.
Tutte le parole che ho sentito, che violentano le mie orecchie, anch'esse vengono a farmi visita prima del riposo che anelo ogni notte, un riposo precario. Tutte queste parole e frasi che iniziano a roteare confuse nella mia testa: "Sono dei parassiti ubriaconi!", "Non fanno nessun male", "Non ho problemi a lasciargli un euro", "Puzzano e cagano dove dormono", "Sono malati", "Stai attento a dove metti i piedi figliolo", "Andate a lavorare!", "Rovinano il quartiere", "Ma il comune non può trovargli degli alloggi fuori città?", "Decoro", "Cosa pago a fare le tasse?", "Ordine", "Bisognerebbe Bruciarli!", "Sicurezza", "Hanno fatto bene a mandarli via, io ho due figli piccoli!".
Poi mi addormento quando il concerto finisce, per poche ore senza sogni.
Dovresti vedere inoltre come mi guardano incredule le infermiere quando mi sorprendono a scrivere una lettera, come per dire: "Caspita, questa qua sa anche scrivere!", e ridono credendo che sia matta. Per non parlare del loro stupore nel sapere che ho finito le scuole e avevo anche iniziato l'università. Ti chiedo di pensare a quello che ho scritto.
Oggi è passato il dottore, è un brav'uomo, mi dice sempre di stare tranquilla, ma lo so da me che la situazione è grave, non ho bisogno di fare domande nè di avere delle risposte e credo che lui abbia capito. Ha viaggiato tanto, sai? L'ultima volta è stato in Egitto, il mio sogno da bambina. Gli chiedo sempre di raccontarmi dei suoi viaggi, per me che non ho mai viaggiato è meraviglioso ascoltare le sue storie. Lui buono com'è si ferma sempre dieci minuti a parlarmi dei posti che ha visitato.
Mi sono permessa di dirgli che in fin dei conti non è importante nè l'inizio nè la fine di un viaggio, tantomeno la meta o la disposizione d'animo, non so perchè l'ho detto, mi è venuto naturale filosofeggiare su questo argomento, magari la strada può anche insegnare qualcosa, come si vede nei film, magari no. Dopo tutto il tempo che ho passato da sola l'unica cosa che mi rimaneva era il pensiero, cercare soprattutto di non avvelenarlo, di non impazzire.
Ebbene gli ho detto che l'importante è andare di petto verso il nulla, verso ciò che non abbiamo mai visto, mai analizzato con i nostri piccolissimi, noiosi e riflessi punti di vista, verso ciò che non abbiamo mai conosciuto. Credo che questo sia il punto. Per un viaggio vero non c'è bisogno di andare poi così lontano. Mi ha sorriso con un assenso; poi ha chiuso la porta alle sue spalle.
E' la fine che purtroppo molte persone rischiano di fare nel nostro "Bel Paese" ...se non capiamo che è necessario darci una mossa per cambiare davvero le istituzioni e la mentalità, di liberarci dai pregiudizi e dal torpore, ben presto ci sarà ben poco da etichettare. Io aprirei la porta per un viaggio verso ciò che ancora non conosco, per credere anche in ciò che non vedo...
RispondiEliminaBravo Gè! :)
K.
ehi, niente male!!! forse la conclusione è un po' "affrettata" ma la parte in cui si rivolge direttamente a "Roberto" mi piace assai...e bravo!
RispondiEliminaFederica
Bravo Jes mi piace.
RispondiEliminacomplimenti Gennà, chissà se il nostro amico Bardamu ti è stato di ispirazione... bravo!
RispondiEliminaVittorio
Molto bello Gennà!!! Bravissimo!!!
RispondiEliminaErsilia
.. intenso, da brivido; molto bello.
RispondiEliminam.
Well done, Gennaro :)
RispondiEliminaElena B
molto bella fino a sono le "sfumature che cambiano". anzi direi che fin lì mi piace un casino
RispondiEliminaanche a me la prima parte è piaciuta molto. melania
RispondiEliminaBel racconto, maturo!
RispondiEliminaAnch'io rivedrei un po il finale.
g.d.